La storia d’Irlanda è una storia sofferta, di patimenti, privazioni e povertà ancora da esorcizzare. Le distese di torba, in progressivo esaurimento, che lacerano come macchie scure il paesaggio piovoso del Connemara sono lì, a rammentarci che di torba si viveva, quasi unica e preziosissima risorsa in una terra non facile, che non ha mai concesso troppi favori.


Privazioni e torti subiti, già dall’epoca di Enrico VIII. Perché è proprio al 16° secolo che dobbiamo ricondurre le ragioni, storiche ed economiche, di quello strappo, mai completamente ricucito, tra Irlandesi ed Inglesi. Il sovrano Tudor, ebbro dello strapotere autoconferitosi proclamandosi “Capo Supremo della Chiesa Anglicana”, volle carpire anche i monasteri cattolici e le loro ricchezze, che andarono ad aumentare le proprie. Tre secoli dopo, un’altra tragedia. Una ferita profondissima che non ha eguali nella storia dell’isola di smeraldo. La carestia, la “Great Famine” colpisce indistintamente ogni classe sociale, per il totale fallimento dei raccolti di patate, infestate da parassiti. Dopo tre anni consecutivi di raccolti guastati da spore fungine, in Irlanda si muore, letteralmente, di fame. In Inghilterra, oltre il lembo di mare, si assiste, indifferenti, ma il governo non interviene.

Connemara Heritage Centre

C’è un luogo, nel Connemara, in quella terra selvaggia e fiera del Gaeltacht, dove la quasi totalità dei segnali stradali è in Gaelico, che testimonia questa pagina dolorosa. Il Connemara Heritage Centre è la ricostruzione di una fattoria del 19° secolo, con annessa la casupola del fattore, compresi gli arredi, assai poveri, dell’epoca. Una stanzetta misera dove si respira povertà ed odore di muffa.


Gli interni della casa di Dan O'Hara
La casa di Dan O’Hara, quel contadino che, come molti altri, per sfuggire allo spettro della fame e della morte (non dimentichiamo che la carestia decimò oltre un milione di persone) decise, suo malgrado, di lasciare la sua amata Irlanda, alla volta del Nuovo Mondo. Nuovo Mondo che, per la maggior parte degli emigrati irlandesi, non rappresentò mai un Eldorado, una terra promessa. La fatica della traversata, vissuta in condizioni sanitarie disumane, si sommava all’umiliazione del passaggio obbligato ad Ellis Island, con le conseguenti visite ed ispezioni. Una sorta di limbo, una lunga attesa prima di essere ammessi, a tutti gli effetti, negli Stati Uniti. Ma, una volta superato l’ennesimo ostacolo, i contadini del Connemara, tra cui Dan, si trovarono catapultati in una realtà aliena ed incomprensibile. Per chi, come lui, non parlava neppure inglese, ma solo gaelico, si eresse un muro irto di difficoltà. Le strofe della canzone a lui dedicata sono languide e struggenti:

“Sure it' poor I am today,

For God gave and took away,

And left without a home poor Dan O'Hara

With these matches in my hand,

In the frost and snow I stand
So it's here I am today your brokenhearted"


Ed è anche Alan Parker, in quel meraviglioso affresco cinematografico delle miserie d’Irlanda che è “Le ceneri di Angela” a rammentarci, per bocca del narratore, il giovaneFrank Mc Court, che molte famiglie dovevano risalutare Miss Liberty, quel simbolo osannato di riscatto sociale e libertà appena intravisto nel porto di New York, per tornare a capo chino, più poveri di prima, nella madrepatria. I fortunati, se così si possono definire. Per molti, come per Dan O’Hara, la morte in terra straniera, la solitudine, l’umiliazione.


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