Visualizzazione post con etichetta Classi seconde. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Classi seconde. Mostra tutti i post
Scarica il file in pdf

https://docs.google.com/file/d/0BxcHJFCmyezGSTdHdjVXeWFXYVU/edit?usp=sharing


Brooklyn, 1935. Angela, madre di quattro figli, è sconvolta dal dolore per la prematura morte dell'ultima nata. Il marito Malachy, dedito al bere, perde regolarmente i lavoretti che gli capitano. Frank, il maggiore dei figli, cerca di proteggere i più piccoli. Costretta dalla miseria, la famiglia McCourt torna allora in Irlanda dalla nonna materna. A Limerick affittano un piccolo e mal ridotto appartamento. Malachy è malvisto dai parenti di Angela perché è di Belfast e non educa i figli secondo la religione cattolica. In seguito a carenze di cibo e di carbone, i gemellini Oliver ed Eugene muoiono, e tuttavia Angela trova la forza per una nuova maternità e per ottenere un appartamento più grande. Intanto Frank va a scuola, fa la prima comunione, va al cinema a vedere James Cagney. Ma il padre spende al pub i pochi soldi che arrivano, e allora Frank comincia a lavorare come carbonaio. Per poco però, perché la polvere di carbone gli provoca una terribile congiuntivite. La situazione peggiora: Malachy sparisce, la nonna muore, i McCourt vengono sfrattati. Frank va a vivere dallo zio Pat, trova un impiego come fattorino, si innamora di Teresa, una ragazza malata di tisi, poi conosce la signora Finucane, la strozzina del villaggio. Quando costei muore, Frank trova del denaro a casa sua, lo prende, si ubriaca al pub, capisce che sta per seguire le orme del padre. Allora compra i biglietti per la nave e parte alla volta di New York. Alla vista della Statua della Libertà, capisce che la sua vita può finalmente cominciare.



Tratto dall'autobiografia (1996) di Frank McCourt, premio Pulitzer, sceneggiato da A. Parker con Laura Jones, è il film più algofiliaco e umido uscito da Hollywood alla fine del secolo, ma anche uno dei risultati più felici per coesione narrativa e intensità figurativa nella diseguale carriera del regista londinese. Nell'aggirare le trappole del verismo e del moralismo (nessun personaggio, nemmeno il padre irresponsabile e bevitore, è giudicato, anche se nel sottotesto è esplicita la denuncia dell'ottuso e meschino cattolicesimo irlandese), raggiunge una sorta di eroismo tragico, evidente nella figura di Angela “che la dura esperienza di vivere ha rinchiusa in una specie di sacra intangibilità” (Adelina Preziosi). Efficace direzione degli attori e notevoli i contributi della fotografia in grigio-verde (Michael Seresin) e della musica (John Williams).





Con i suoi 10.000 ettari, è il parco più grande d’Irlanda, creato nel 1982 per diventare Riserva della Biosfera dell’Unesco. Qui si possono ammirare l’antico branco allo stato selvatico di cervi rossi e l’aquila reale, reinserita da pochi anni. Composto da tre laghi,

( Lower Lake, Muckross Lake e Upper Lake) le cui acque torbose sono ricche di fauna, il parco si estende a sud dell’animata e turistica cittadina di Killarney. Sulle sue rive sorge il Ross Castle, del XV sec, eretto come residenza del clan dei malvagi O’Donoghues.

Il clan degli O’Donoghues fu l’ultimo a resistere alle forze di Cromwell. La leggenda narra che il loro capo dorma sonni profondi sotto il Lower Lake e si risvegli ogni sette anni, il primo maggio, per cavalcare su un bianco destriero sulle acque del lago. E’ credenza popolare che chi lo veda abbia il dono della fortuna per tutta la vita.



Il Kerry è la regione che più si avvicina all’Irlanda del mito, reame celtico di montagne nebbiose (ed, invero, imperdibile con la nebbia: una visione quasi mistica, anche in piena estate), Qui si nascondono rovine medievali, laghi glaciali, spiagge battute dal vento, arcipelaghi deserti, villaggi isolate e poche cittadine animate (Killarney, Killorglin). Il celebre Ring of Kerry è un circuito di 179 km e costituisce uno dei percorsi stradali più belli al mondo, nebbia permettendo, oltre allo Sky Drive del Connemara. Insieme alla Beara e alla Dingle Peninsula, fa parte di un gruppo di cinque piccole penisole che, per la loro forma, sono chiamate “the five fingers”, le cinque dita protese verso l’Oceano Atlantico. Il Ring of Kerry, come suggeriscono le guide, andrebbe percorso in senso antiorario, per evitare di trovarsi contromano rispetto agli autobus turistici. Per esperienza personale, pur in piena stagione vacanziera ho incontrato pochi autobus, e le strade sono eccellenti. Nulla a che vedere con le stradine tortuose ed i muretti infidi del Connemara…il Kerry è senza dubbio un percorso costiero di grande fascino, che si snoda tra scogliere a picco sul mare, loughs e montagne. Il ricordo più bello? Cookmachista Bay, la baia vista dall’alto, in un bel momento di sole.




Nell'anno 1280 la Scozia rimane senza eredi al trono. Ne approfitta il re d'Inghilterra, Edoardo I Plantageneto, che mette in atto un piano per estendere i propri domini. In un'imboscata fa uccidere molti nobili scozzesi pretendenti al trono. Rimasto orfano, il giovane William Wallace viene affidato alle cure dello zio paterno Argyle, che gli insegna il valore della cultura prima ancora di addestrarlo al combattimento.
Molti anni dopo, William ritorna al suo villaggio, e qui ritrova amici d'infanzia e la bella Murron, la bambina che, al funerale del padre, gli aveva donato un cardo. (simbolo della Scozia, ndr). William e Murron si innamorano e si sposano di nascosto. Tuttavia, pochi giorni dopo la ragazza viene catturata da un gruppo di soldati e, poiché ha osato reagire, con l'aiuto di William, viene sgozzata. Da quel momento William chiede solo vendetta. Innanzitutto uccide l'assassino di Murron e i suoi sottoposti dell'esercito inglese. Molti Scozzesi, membri di altri clan, si uniscono a lui nella ribellione.
Nel frattempo, in Inghilterra re Edoardo fa sposare il figlio con la principessa Isabella di Francia. Si tratta, ovviamente, di un matrimonio combinato, anche perché il giovane sposo manifesta gusti sessuali particolari.
La prima battaglia tra scozzesi ed inglesi si combatte nei pressi di Stirling, ed è vittoriosa per William ed i suoi seguaci. La seconda battaglia, combattuta a Falkirk, è invece disastrosa: alcuni nobili scozzesi tradiscono Wallace, preferendo schierarsi dalla parte degli inglesi. Sono nobili corrotti, comprati dal denaro e dalle promesse del Plantageneto. Tra costoro, una figura di spicco è Robert de Bruce. Il giovane prova un'istintiva ammirazione per William e per i suoi ideali di libertà, ma il padre, malato di lebbra, cerca di raffreddare i suoi entusiasmi e lo convince ad un doloroso voltafaccia. Nell'ultima imboscata tesa a William, proprio Robert de Bruce viene usato, a sua insaputa, dagli altri scozzesi per attirare Wallace nel castello di Edimburgo. Qui William viene catturato e condannato a morte, previe atroci torture. Nel momento della morte, crede di rivedere, tra la folla, l'amata Murron. William non invoca mai pietà, ed il suo ultimo grido liberatorio inneggia alla libertà della Scozia. Per questa ragione, dopo la sua morte, Robert de Bruce, divenuto re, abbraccia la sua causa e conduce l'esercito degli scozzesi contro il Plantageneto.

(Grazie a Matteo R., classe II M, per il suo contributo!)


Ecco qualche link a siti che ci aiutano a ripassare i verbi irregolari.

http://www.az-inglese.it/verbi/irregular-verbs-list.asp

http://www.usingenglish.com/reference/irregular-verbs/irregular-verb-list.pdf

Ed anche esercizi di completamento con controllo in tempo reale:

http://www.englisch-hilfen.de/en/exercises_list/verbs.htm


Diretto nel 1998 da Shekhar Kapur, con Cate Blanchett nel ruolo di Elizabeth, Geoffrey Rush nel ruolo di Wolsingham, Joseph Fiennes nel ruolo di Lord Robert.



Riassunto del film
Nel 1554 l'Inghilterra stava attraversando un brutto momento. Mary, che era regina, stava per morire ed intensificò la lotta contro il Protestantesimo. Anche Elizabeth, la sorella minore unica erede al trono, venne perseguitata e rinchiusa nella Torre di Londra, allora prigione. Alla morte di Mary, la giovanissima Elizabeth venne incoronata regina d'Inghilterra. Tuttavia, a causa della giovane età e della sua inesperienza, l'inizio del suo regno fu assai difficile: ella pensava solo alle feste, alla danza ed al suo amato Lord Robert (che in seguito scoprì essere già sposato). Fuori e dentro la corte i molteplici nemici di Elizabeth tramavano contro di lei. Il più potente era Norfolk. La giovane regina avrebbe dovuto assolutamente sposarsi per evitare di essere uccisa: un erede avrebbe garantito infatti la successione al trono. Tuttavia ella rifiutò i vari pretendenti proposti dagli ambasciatori di corte, e così si susseguirono numerosi attentati. Alla fine, Elizabeth fu costretta ad ordinare al suo fedele consigliere Walsingham di eliminare tutti i nemici. A causa della delusione causatale da Lord Robert, rinunciò per sempre al matrimonio in favore del proprio paese.

( a cura di V. B.  classe II M)


Le inesattezze storiche (da WIKIPEDIA):

  • Il vero Robert Dudley, I conte di Leicester, non congiurò mai contro Elisabetta, e rimase un suddito fedele sino alla sua morte.

  • Nel film Elisabetta rimane molto amareggiata quando scopre che Robert è già sposato, mentre nella realtà ciò non sarebbe potuto succedere, visto che era presente alle nozze.

  • La mano di Elisabetta venne realmente chiesta da Henri d'Anjou, ma soltanto in via epistolare e del matrimonio non se ne fece più niente. Qualche anno più tardi ci fu una nuova proposta da parte del fratello minore di Henri, il duca François d'Alençon, che andò in Inghilterra e incontrò Elisabetta.

  • William Cecil non aveva che quarant'anni quando Elisabetta salì al trono, mentre nel film è un anziano e in seguito non si ritirerà dal suo compito; anzi, rimase uno dei più fidati consiglieri della regina fino alla sua morte, avvenuta poco prima di quella di Elizabeth. Allo stesso modo Francis Walsingham era sulla ventina quando Elisabetta fu incoronata e non sulla cinquantina.

  • Marie De Guise non fu assassinata da Francis Walsingham, ma morì di idropisia; nel film accadono molti eventi prima della morte di Marie De Guise che in realtà successero dopo, infatti essa morì solo un anno dopo l'incoronazione di Elisabetta.

  • La conspirazione del Duca di Norfolk unisce molti eventi separati in uno - nel film viene arrestato e sommariamente giustiziato per aver tentato di spodestare Elisabetta e di sposare Maria Regina di Scozia per cementare il proprio potere sul trono. In realtà Norfolk fu imprigionato nel 1569 per aver tentato di sposare Maria, Regina di Scozia senza permesso, ma fu rilasciato. Fu poi coinvolto in un'altra congiura nel 1572 (tre anni dopo) che voleva porre Maria di Scozia sul trono, ed è per questo che fu imprigionato e giustiziato.

  • Nel film Elisabetta ha gli occhi azzurri, il colore naturale di quelli di Cate Blanchett, messi molto in risalto nel manifesto originale. In realtà Elisabetta, come suo padre Enrico VIII, aveva gli occhi castani.

  • Il governo spagnolo tentò con ogni mezzo di provare la vita sessuale di Elisabetta, ma senza mai riuscirci.

  • Il Papa non ordinò mai ad un monaco di attentare alla vita della regina.



  • Chi era la donna che, forte del suo fascino e della sua induscutibile bellezza,almeno per i canoni estetici dell'epoca, avrebbe ridotto in ginocchio un re potente come Enrico VIII, disposto a tutto pur di ottenere l'attenzione della sua giovane suddita?
    Di certo, confrontata con Caterina, ne usci' vincente: la triste principessa spagnola, abbattuta nel fisico e nel morale dalle troppe gravidanze finite male, si stava rifugiando sempre di piu' nella sua incrollabile fede. Piu'
    vecchia di Enrico, disdegnava le occasioni mondane pur di ritirarsi in preghiera. E fu proprio durante una di queste occasioni mondane che Enrico incontro' Anne, appena tornata dalla Francia. Fascinosa come aveva imparato ad essere alla corte di Francia, molto piu' astuta dell'ingenua Bessie che aveva accettato l'allontanamento da corte, Anna seppe giocare le carte migliori. Il messaggio che ella lancio' ad Enrico fu forte e chiaro: mai e poi mai sarebbe diventata la sua amante. Una vita in comune si poteva ipotizzare solo se consacrata da legittime nozze. Ma Enrico, com'e' noto, era gia'sposato. Folle d'amore per questa donna, comincio' quindi ad arrovellarsi per trovare una soluzione. Quella piu' ovvia sembrava essere il divorzio ma il Papa Clemente VII fu irremovibile: non avrebbe concesso il divorzio, non solo per motivi religiosi, ma per timore di offendere la cattolicissima Spagna, la terra di Caterina. Sostanzialmente, il Vaticano temeva ritorsioni ed attacchi da parte di una nazione che avrebbe voluto annoverare, al contrario, tra i propri alleati.

    La King's Matter, la questione del re, fu lunga e sofferta.

    Nel 1527 il sovrano tento' i primi approcci con il Papato, miseramente falliti. La frattura definitiva con Roma divenne inevitabile. Pur di ottenere il divorzio, Enrico non esito' a disconoscere l'autorita' del Papa e a fondare una chiesa anglicana protestante, ben distinta da quella cattolica. Abile mossa che, secondo molti storici, nasconde un piano machiavellico cammuffandolo dietro problemi familiari e sentimentali. Con lo scisma, Enrico si autoproclama Supreme Head of the Church of England, capo supremo della chiesa anglicana. Per la prima volta un sovrano ottiene il totale controllo sia del potere temporale che di quello spirituale e diventa un sovrano assoluto. La gestione pratica degli affari di chiesa verra' affidata all'Arcivescovo di Canterbury, all'epoca Thomas Cranmer, che gli concesse immediatamente il divorzio. Nel 1531 Catherine fu allontanata da corte ed il matrimonio con Anne fu celebrato con ogni probabilita' gia' nel 1532. Alla raggiante regina non mancava che un particolare per coronare il suo sogno: dare alla luce il tanto agognato figlio maschio e surclassare quindi, nel cuore di Enrico e degli inglesi, che continuavano ad amare la moglie spagnola, il ricordo di quest'ultima.

     In realta' al popolo non piaceva questa donna altera, dalla bellezza sinistra. Il "cigno nero", come veniva soprannominata, aveva una malformazione che richiamava inquietanti sospetti di stregoneria: il famigerato sesto dito, che si diceva nascondesse sotto ampie maniche. Alla notizia della gravidanza della giovane regina, gli astrologi piu' insigni del regno profetizzarono l'arrivo di un erede maschio. Enrico, al settimo cielo, fece redigere in anticipo i documenti ufficiali in cui si dava notizia della nascita  del principe erede al trono.
    Amarissima fu, pertanto, la delusione quando Anna partori' una bambina, Elizabeth.
    La vita a corte non doveva essere semplice, neppure per un sovrano potente come Enrico. Ossessionato dalla necessita' di avere un erede, amareggiato dalla gelosia nei confronti della giovane moglie, assillato dai detrattori di Anne, con il tempo i suoi occhi cominciarono a posarsi su un'altra donna, Jane Seymour.
    Sbarazzarsi di Anne non fu facile per Enrico. La soluzione trovata dai suoi consiglieri fu anche molto dolorosa. Accusata di tradimenti plurimi con vari cavalieri, tra i quali anche il suo stesso fratello (che, da altre fonti, risultava omosessuale...) Anna fu condannata a morte, non prima di aver assistito all'esecuzione dei presunti amanti. E' opportuno utilizzare l'aggettivo "presunti" perche' la maggior parte degl storici si schiera a favore
    dell'innocenza della regina. Disperato per dover rinunciare, per ragioni di stato, alla donna che tanto aveva amato, Enrico le concede un ultimo regalo: la sua decapitazione verra' effettuata dal boia di Calais, famoso in tutta Europa per l'abilita' nel maneggiare la spada. Non l'ascia, quindi, dolorosissimo strumento, ma l'affilata spada lunga trancio' la testa della regina. All'interno della Tower of London un'iscrizione su targa ci indica il
    punto esatto del patibolo dove la Bolena perse la vita.







       Henry VII (1485-1509)
         (Arthur)
        Henry VIII (1509-1547)
       Edward VI (1547-1553)
    Mary I (1553-1558)
      Elizabeth I (1558-1603)

    Le sei mogli di Enrico VIII
    Famoso, oltre che per essere stato un abile ballerino e musicista, un cavaliere a tutto tondo coraggioso nel combattimento e nelle “giostre”, per essersi sposato sei volte, Enrico VIII, amabile e spietato, può riassumere con questo detto la sua vita sentimentale:

    Divorced, beheaded, died.Divorced, beheaded, survived” (divorziata, decapitata, morta, divorziata, decapitata, sopravvissuta)

    A dimostrazione della veridicità dei corsi e ricorsi storici, il destino sembra ripetersi con le sfortunate sei donne, nell’ordine Caterina d’Aragona, Anna Bolena, Jane Seymour, Anne of Cleves, Catherine Howard e Catherine Parr.

    Catherine of Aragon


    Figlia di Ferdinando II D'Aragona e di Isabella di Castiglia, quindi principessa di altissimo lignaggio ed assai appetibile come sposa, nel 1501 sposò Arthur, principe di Galles, quando aveva solo sedici anni e il marito quattordici. Rimase tuttavia vedova in meno di sei mesi, poiché il giovane Arthur morì di polmonite. Si dice che il padre, re Henry VII, fosse talmente tirchio da non voler riscaldare adeguatamente gli ambienti del castello dove soggiornavano i principi di Galles. Il gelo dell’inverno e la salute gracile del futuro re d’Inghilterra ebbero quindi la meglio, ed Arthur passò a miglior vita, lasciando Catherine da sola in terra straniera. Un grave problema diplomatico che la corte avrebbe dovuto risolvere quanto prima. Per mantenere l'alleanza con la Spagna, il re Henry VII decise quindi di darla in moglie al figlio minore, il futuro Henry VIII. Ci volle tuttavia molto tempo prima di poter celebrare questo secondo matrimonio. L’Inghilterra, all’epoca ancora cattolica, non poteva ignorare un passo della Bibbia in cui si diceva chiaramente che nessun uomo avrebbe potuto sposare la vedova del fratello, pena un matrimonio sterile e non benedetto da Dio. Il sovrano riuscì comunque ad ottenere una speciale dispensa papale, e Catherine si legò quindi ad Enrico, nonostante fosse parecchio più vecchia di lui. Fu, almeno all’inizio, un matrimonio felice, e duraturo, se paragonato ai successivi. Purtroppo Catherine non fu in grado di donare al suo sovrano un figlio maschio, ambitissimo in un’epoca di alta mortalità infantile, per garantirsi la successione al trono. Dopo svariati aborti, sopravvisse infatti un’unica figlia femmina, Mary.
    Il destino volle tuttavia accanirsi contro Enrico. In un periodo storico in cui il sovrano abitualmente si accompagnava ad altre donne, oltre alla legittima moglie, senza che nessuno trovasse qualcosa da ridire, parve normale anche ad Enrico circondarsi di amanti, perlopiù dame di compagnia della moglie.
    Una di queste, Bessie Blunt, rimase incinta e diede alla luce un maschio: evento beffardo per Enrico, che mai avrebbe potuto considerare un figlio illegittimo come suo erede. Bessie ed il bambino furono saggiamente allontanati da corte (e dalla povera Catherine), con l'unica consolazione di poter chiamare il neonato come l'illustre padre, Henry Fitzroy, figlio di re.






    Una delle più belle e, al tempo stesso, più oscure tragedie di William Shakespeare, a tal punto da essersi guadagnata la fama, in ambito teatrale, di tragedia porta sfortuna (per superstizione, gli attori molto spesso non ne pronunciano il titolo, riferendosi ad essa piuttosto come alla “tragedia di Scozia”).

    L’oscurità, il lato “dark” di quest’opera la permea ovunque: il paesaggio di desolate brughiere nel nord della Scozia, spesso scosso da forti venti e in balia delle forze della natura più estreme; l’oscurità che abita alcuni personaggi, primo tra tutti Lady Macbeth, simbolo per eccellenza dell’ambizione sfrenata e della donna ammaliatrice, che sfrutta il proprio marito trattandolo come un burattino. Eppure Macbeth è, almeno all’inizio, il classico eroe positivo: leale e coraggioso, combatte strenuamente per il suo re, Duncan, a fianco dell’amico Banquo. E’ nobile, fiero e senza paura: tuttavia, alla fine dell’opera, una volta completata la sua inesorabile discesa verso gli inferi, è un uomo distrutto dai sensi di colpa. La magia, altro elemento oscuro della tragedia, si annuncia sin dall’inizio come uno dei grandi temi che muovono la trama del “Macbeth”: tornando a casa Macbeth, in compagnia di Banquo, incontra tre misteriose donne che lo salutano con titoli a lui incomprensibili. Hail to thee, Macbeth, Thane of Cawdor” (salute a te, Macbeth, signore di Cawdor) ed ancora “hail, Macbeth, thou shalt be king hereafter!”(salute a te, Macbeth, che sarai re un giorno).



    Queste oscure profezie privano Macbeth della sua serenità: pur non comprendendo come egli possa diventare signore di Cawdor, castello di proprietà di un nobile scozzese ancora in vita, né tantomeno re di Scozia, visto che re Duncan è vivo e vegeto, le riferisce alla moglie, ed insieme cominciano a sognare un futuro di onori e potere sul trono di Scozia. Nella coppia, è senza dubbio lady Macbeth la più determinata e spregiudicata: molte volte, quando il marito vacillerà nell’incertezza, sarà lei a detenere il potere, a non mancare mai di capacità decisionale.

    Eppure, si diceva, il re di Scozia è vivo, ed ha anche due figli, Malcolm e Donalbain. La successione al trono è pertanto indiscutibile e garantita: Macbeth, che è cugino del re, non ha alcuna prospettiva di ottenere la corona, a meno che il re non muoia, e con lui i suoi figli…

    L’occasione presto si presenta, e da questo momento l’eroe integerrimo comincia la sua discesa verso il male, verso il baratro: re Duncan, recatosi a far visita al cugino, è costretto a fermarsi al castello per la notte, sorpreso da una tempesta di neve di inusitata violenza. Lady Macbeth esorta il marito ad agire, subito. Le guardie del corpo non possono difendere il loro re, perché cadono in un sonno profondo, non naturale. Macbeth pugnala il re e lascia l’arma del delitto insanguinata nelle mani delle guardie. Il giorno dopo, quando Macduff, uno dei nobile fedeli al re, impensierito per l’assenza del suo signore, si presenta al castello di Macbeth, costui, da consumato attore, finge stupore nello scoprire il cadavere del re e, in un simulato attacco di rabbia, uccide le guardie, prima di dar loro la possibilità di professare la loro innocenza. I figli di Duncan, Malcolm e Donalbain, lasciano la Scozia, temendo per la loro incolumità. Il trono di Scozia, temporaneamente vacante, è concesso a Macbeth.

    Tuttavia, il raggiungimento dell’obiettivo non dispensa felicità. La straordinaria modernità di Shakespeare raggiunge, qui, uno dei suoi culmini: addentrandosi nel terreno del subconscio, l’autore indaga il senso di colpa, profondissimo, che attanaglia la coppia: Lady Macbeth, in preda al delirio, diventa sonnambula, e continuerà a vedere, nei suoi incubi, mani grondanti di sangue che tenta inutilmente di pulire. Macbeth scorge fantasmi ovunque, e vacilla pericolosamente. Il figlio di Duncan, Malcolm, pianifica l’invasione della Scozia dall’estero, mentre Macduff uccide Macbeth, ormai ritenuto colpevole. Lady Macbeth muore suicida, per quanto Shakespeare non dedichi versi alla sua morte. L’ordine, alla fine, è ristabilito, l’eroe che ha smarrito la strada, che si è fatto manipolare dal “villain” (il personaggio malvagio) non è degno neppure di vivere, e muore decapitato.





        Shakespeare trae ispirazione dalle tragedie di Seneca, imitandone la suddivisione in 5 atti e le scene particolarmente sanguinose; le trame non sono quasi mai originali, ma basate su testi precedenti (come nel caso della storia del principe Amleto) o testi storici. Tuttavia egli sa infondere ai suoi personaggi una complessità e una profondità introspettiva che li rendono unici ed eterni. Molti degli argomenti delle sue tragedie sono ancora oggi di grande attualità: l’amore osteggiato dalle famiglie nel “Romeo and Juliet”, la sfrenata ambizione in “Macbeth”, l’indecisione e la malinconia in “Hamlet”, la gelosia e la manipolazione in “Othello”. I suoi eroi possiedono le debolezze dell’uomo comune, ma al tempo stesso sono dotati di grande sensibilità. La loro tragica fine è dovuta alle debolezze intrinseche alla loro natura, e non al destino, spesso malvagio: questa è la differenza più sostanziale rispetto alla tragedia greca. Shakespeare introduce inoltre un personaggio “di disturbo”, il cosiddetto “villain”, uomo perfido che sa trarre in inganno l’eroe, come nel caso di Iago in “Othello”.

     §        comunione di elementi tragici e comici: si veda ad es. la tragica storia di Romeo e Giulietta, nella quale non mancano gli spunti comici, legati a personaggi particolari. La scelta di Shakespeare è legata all’eterogeneità del pubblico che frequentava i teatri in quell’epoca: il teatro elisabettiano (così chiamato dal nome della regina Elisabetta I, che regnò nel XVI sec) è aperto a tutti i ceti sociali. I nobili e i più facoltosi, che potevano permettersi di pagare un prezzo più alto, avevano addirittura la possibilità di sedere sul palco (evento unico nella storia del teatro, che di solito prevede una netta divisione tra gli attori sul palco e il pubblico seduto in platea); i ceti più umili potevano assistere alla rappresentazione teatrale in piedi, nel cortile centrale (chiamato yard). Consapevole della presenza di persone così diverse per gusti e livello culturale, Shakespeare introduce in ogni sua opera note e toni diversi, per attrarre e far divertire non solo i più raffinati, ma anche il pubblico dai gusti più grossolani. Questo spiega le battute, spesso volgari, pronunciate dalla balia di Giulietta e dagli amici di Romeo.

     §        La presenza del coro, che commenta le azioni e gli avvenimenti con una serie di riflessioni, è tratta dal teatro di epoca classica.





    I romanzi medievali, i cosiddetti “romance”, possono essere suddivisi in tre categorie:

    ·         Materia di Francia (La “Chanson de Roland”)
    ·         Materia di Bretagna
    ·         Materia di Roma
    La materia di Bretagna è costituita dalle storie arturiane, a loro volta derivate da leggende popolari francesi. Il tono di questi romanzi che narrano le avventure individuali dei vari Cavalieri della Tavola Rotonda è molto diverso da quello della Chanson de Roland: la vecchia nota eroica è definitivamente scomparsa e il suo posto è stato preso dalla descrizione dei costumi e degli ideali dell’amor cortese.

    Tale concetto si rivelò ben presto come uno dei più rivoluzionari nella storia del pensiero occidentale. Fino a quel tempo l’amore tra persone di sesso diverso era considerato o semplice passione fisica o una forma di affetto (inferiore, comunque, all’amicizia tra uomini) o addirittura una sorta di pazzia. Nei romance medievali appare per la prima volta una nuova concezione dell’amore: l’amore come “servizio”. Il cavaliere serve la dama prescelta, sopporta in suo nome ogni indegnità, le si raccomanda quando va in battaglia e, riferendosi alla sua donna, usa un linguaggio non dissimile da quello utilizzato nelle poesie religiose dedicate alla Vergine Maria (frequente, infatti, l’appellativo “madonna”). Il più piccolo favore che la donna si degni di accordare al suo servitore è sufficiente ricompensa. Il cavaliere è umile vassallo e la dama è sua signora e padrona. Egli deve esserle fedele per tutta la vita, in qualsiasi modo venga trattato, quindi anche se l’amore, ovviamente platonico, non è ricambiato. Il cavaliere non va mai identificato con il marito: queste due figure hanno ruoli diversi. Per certi aspetti la tradizione dell’amor cortese implica un’idealizzazione dell’adulterio: il poeta o il cavaliere offre il suo amore alla dama, senza neppure prendere in considerazione il marito; suo vero rivale è chiunque cerchi di diventare a sua volta l’amante cortese della donna.  La donna appare non più come la peccaminosa sorella di Eva, quindi origine di ogni disgrazia umana, bensì la sorella della Vergine Maria, ideale di purezza femminile. Qualsiasi idea di matrimonio della dama con il poeta o con un cavaliere era, ovviamente, fuori discussione: nella società feudale complesse questioni di eredità escludevano ogni passione e sentimentalismo dalla celebrazione dei matrimoni. Dal canto suo, il cavaliere non desiderava sposare la dama, anche se cercava di realizzare il suo amore fuori dal matrimonio. Chiaramente questo ideale dell’amor cortese ha una matrice aristocratica e ben poca attinenza con la vita quotidiana dei ceti più umili.

    Tale era l’atmosfera dei romance medievali prodotti non solo in Francia, ma anche in Inghilterra (d’altro canto, dal 1066, anno della conquista normanna, il francese era stato introdotto come lingua ufficiale di corte, soppiantando completamente l’inglese, ridotto a rango di lingua del popolo). Non ci si limitava, d’altro canto, ad attingere a fonti francesi:  ne è la controprova un poema del XIV secolo, Sir Gawain and the Green Knight.



    Fonte: David Daiches, Storia della Letteratura inglese








    William Wallace è una figura di spicco nella storia scozzese.


    Nel 1296 il re d’Inghilterra Edoardo I era stato costretto ad abbandonare le impopolari imprese in Francia per volgersi - con una sua prima campagna- con tutte le forze del regno contro la Scozia, nemica vicina quindi nemica per tutti gli Inglesi.

    Dopo una prima vittoriosa campagna del 1296 (dove sconfisse gli Scozzesi e ne depose il re, John Baliol), ottenuto il giuramento di tanti nobili, Edoardo I credeva d'aver la Scozia in pugno. Cominciò invece un periodo di disordini e soprusi, il modo più sicuro di provocare un'insurrezione. Ma ad essa mancavano capi: i grandi nobili scozzesi erano in esilio; gli altri, impegnati dal giuramento di fedeltà, non osavano muoversi.

    In quel periodo si fece notare un piccolo proprietario delle Lowlands occidentali, poco più che venticinquenne, William Wallace. E’ difficile formulare un giudizio sul carattere e sul patriottismo di Wallace - uno scampaforche, un assassino crudele secondo i cronisti inglesi; secondo gli Scozzesi un eroe generoso, gigantesco, di forza incredibile, che fendeva i nemici dalla testa ai piedi con un sol colpo di spada.

    Si narra che soldati inglesi avessero offesa (o uccisa) una donna che egli amava: da un rancore personale egli divenne quindi il paladino dell’indipendenza della Scozia. Nel 1297 un esercito di 30000 inglesi marciò su Sterling: il re inglese voleva infatti approfittare del trono scozzese vacante.

    Lo Scozzese Robert de Bruce si autoproclamò re; nel frattempo gli uomini di Wallace attaccarono gli Inglesi e li massacrarono. il poco più che venticinquenne Wallace, divenne improvvisamente il capo della rivolta nazionale, tentando di organizzare lo stato e di consolidare la spinta indipendentistica.

    Tuttavia gli Inglesi ritornarono un anno dopo e William Wallace fu impiccato a Westminster : le sue membra vennero esposte, come monito, in ogni punto cardinale del regno. Ma la sua figura assurse nei secoli seguenti a simbolo della libertà scozzese e divenne protagonista di saghe e ballate popolari, nonché del famoso film “Braveheart” con Mel Gibson.





    Il castello di Edimburgo risale al XII secolo e domina la città dall’alto di una collina: per questa ragione fu a lungo considerato una roccaforte inespugnabile dei barbari Scoti.


    Nei sotterranei del castello sono ancora presenti i resti di una prigione dove, nel corso dell’800, venivano rinchiusi i ribelli americani (ad uno scozzese, John Paul Jones, viene attribuita la paternità della Marina americana).

    Altri passaggi segreti conducono alla fossa dei leoni che era posta a protezione della stanza del re. La salvaguardia del sovrano era di fondamentale importanza: per questa ragione gli alloggi del re si trovavano all’interno di una torre fortificata, scavata a 18m di profondità. Questa torre originaria venne distrutta nel XVI secolo a causa di un pesante bombardamento degli inglesi.

    Il One O'Clock Gun spara tutti i giorni, esclusa la domenica, alle ore 13,00 per consentire agli abitanti di Edimburgo di regolare l'orologio. L'origine di questa tradizione risale ai tempi passati quando i velieri che stazionavano nel porto di Edimburgo avevano bisogno di una fonte ufficiale per regolare i loro orologi di bordo.



    La capitale della Scozia vanta secoli di storia, e non solo per quanto riguarda gli edifici in superficie: la storia segreta del sottosuolo è particolarmente interessante.


    La costruzione della città si rivelò, sin dall’inizio, una vera impresa: lo spazio era esiguo, e mancavano ampie aree pianeggianti. Edimburgo divenne quindi la prima città a sviluppo verticale, fatto di per sé inusuale, del Regno Unito: a fianco del Royal Mile vennero infatti costruiti palazzi a più piani dove abitavano, in una strana commistione di ceti sociali, ricchi e poveri (ai poveri andavano le soffitte, freddissime in inverno, e gli appartamenti al piano terra, umidi e insalubri; ai ricchi i piani intermedi).


    Royal Mile

    Il Mary King’s Close si trova 25 m al di sotto del Royal Mile ed oggi offre un interessante itinerario turistico nelle viscere della città, con guide in costume medievale. In origine il Royal Mile fu costruito su una collina vulcanica. Da qui si dipartono i Close, vicoli laterali che portano al Waverley Bridge, che collega la Old Town con la New Town.



    Mary King's Close

    I popolani non avevano fognature né raccolta di nettezza urbana, quindi i liquami venivano scaricati direttamente in strada (si dice che il termine inglese loo “gabinetto” derivi dall’espressione francese “garde de l’eau!”, “attenzione alle acque”, con cui veniva annunciato lo scarico dei liquami). Il Mary King’s Close era quindi una fogna a cielo aperto, terreno fertile per le epidemie: in questo labirinto segreto la peste infuria per anni e la zona viene messa in quarantena. C’è addirittura chi sostiene che gli appestati siano stati murati vivi in casa. La copertura dei quartieri poveri alla fine del 17° secolo è conseguenza anche della necessità di spazio: la città si espande verso l’alto, i vicoli diventano seminterrati al di sotto delle nuove strade innalzate per sostenere il peso di nuovi edifici. Il quartiere sotterraneo viene quindi sfruttato come fondamenta e occulta le tracce di un triste passato.

    L’incredibile incremento demografico che vive Edimburgo alla fine del ‘700 comporta nuove costruzioni al di fuori della cinta muraria. La città si allarga in ogni direzione, con una serie di ponti che curiosamente non attraversano corsi d’acqua, ma servono a bilanciare un terreno troppo scosceso. Il South Bridge nasconde al di sotto un grande labirinto con negozi, abitazioni ed addirittura distillerie illegali di whisky, collocate nei sotterranei per evitare le ingenti tasse governative: delle molteplici distillerie di whisky, solo otto erano legali. Le altre, nel South Bridge, erano luoghi oscuri, facilmente sorvegliate dai contrabbandieri. A causa delle infiltrazioni, tuttavia, i commercianti si allontanano e la zona viene occupata da clandestini senza tetto e prostitute. Qui due killer spietati, Burke e Hare, diventano cacciatori di cadaveri a pagamento da offrire agli studenti di anatomia della prestigiosa Università di Edimburgo (ancora oggi la locale facoltà di medicina è assai rinomata nel Regno Unito). All’inizio del ‘900 le cripte sono definitivamente abbandonate e interrate e solo di recente sono state riportate alla luce.


    La prima volta che sentii nominare questo nome fu in occasione di un mio viaggio nel Connemara, e di una visita alla fortezza di Aughanure Castle, residenza dei bellicosi O’Flaherty che controllarono la zona per centinaia d’anni.



    Aughanure Castle

    Per questa figura femminile provai un’istintiva attrazione e curiosità, perfettamente motivate dalla sua storia inusuale e da un carattere decisamente testardo. Uno dei nomignoli attribuitole è quello di Grainne Mhaol, in gaelico “la calva”. Racconta un aneddoto che, per il desiderio di seguire il padre in una spedizione in mare aperto, ella prontamente sacrificò i lunghi capelli che avrebbero potuto esser d’intralcio, e vestì abiti maschili. La “regina del mare del Connemara”, come oggi è consacrata alla leggenda, trascorse tuttavia i primi anni della sua esistenza in modo tutt’altro che avventuroso: per quanto attratta, già in età adolescenziale, dalla vita del mare (il padre, leader del clan degli O’Malley, era un navigatore, fatto del resto non inusuale a metà ‘500, quando il richiamo delle terre d’oltreoceano si fece irresistibile per molte nazioni europee) fu obbligata ad un precoce matrimonio con Donal O’Flaherty, membro e futuro leader di un clan rivale, dal quale ebbe tre figli. La sua istintiva attrazione per il mare, sempre frustrata dai genitori, ed in particolare dalla madre, che voleva per lei una tranquilla esistenza da gentildonna, non trovò sbocco almeno sino alla morte del marito. La giovane sposa sedicenne, legata al marito da un matrimonio di convenienza e non d’amore, come sempre accadeva all’epoca, seppe tuttavia guadagnarsi il rispetto degli uomini del clan, prendendo parte attiva ai loro traffici (e, secondo fonti accreditate, sottraendo al marito il comando della flotta, ottenendo una posizione di inusuale spicco per l’epoca). Quando O’Flaherty perse la vita in battaglia, la giovane vedova ritornò alla sua dimora, rientrando in possesso del castello di famiglia sulle sponde del Lough Corrib. La seguirono i tre figli e ben duecento membri del clan O’Flaherty.

    Da questo momento, parve dimenticare la sua tranquilla esistenza di sposa e madre, e si interessò sempre più vivamente al commercio e ai rapporti con la corona inglese, con la quale, anzi, ingaggiò un coraggioso “braccio di ferro”. Arricchitasi grazie a traffici, più o meno legittimi, ed entrata in possesso di ben cinque castelli nella contea di Clare, la O’Malley si sentì abbastanza forte da opporsi agli Inglesi. In quegli anni, durante il regno di Elisabetta I Tudor (1558-1603), l’ingerenza inglese nella vita politica ed economica d’Irlanda si fece sempre più marcata, a discapito dell’autorità dei clan locali, e degli O’Malley in particolare. Si racconta che Grace abbia incontrato la sovrana inglese per “mercanteggiare” circa il rilascio di alcuni tra i suoi figli, fatti prigionieri dalle truppe inglesi. Un gesto ardito, visto che ben pochi irlandesi si sarebbero arrischiati a metter piede in Inghilterra, per timore di essere imprigionati o condannati a morte. In cambio della libertà, Grace offrì alla regina la cessazione della pirateria irlandese contro le navi inglesi. Curiosamente, la conversazione avvenne in latino, poiché entrambe ignoravano la lingua dell’altra: Elisabetta non conosceva il Gaelico, e Grace non parlava inglese. A corte, Grace commise parecchie gaffe contrarie alla rigida etichetta reale. Starnutì rumorosamente e, soffiatasi il naso in un elegante fazzoletto di pizzo portole da una dama, non esitò a gettarlo nel fuoco. Dinnanzi all’imbarazzo generale, fece spallucce, ribattendo che era usanza, in Irlanda, sbarazzarsi delle cose sporche. Pare tuttavia che alcune richieste inoltrate dalla O’Malley non siano state ascoltate da Elisabetta. Per una sorta di ripicca, nonostante la tarda età, Grace riprese la sua attività di pirata, sino all’anno della morte, il 1603, stesso anno del decesso di Elisabetta I e della fine della dinastia Tudor.


    La storia d’Irlanda è una storia sofferta, di patimenti, privazioni e povertà ancora da esorcizzare. Le distese di torba, in progressivo esaurimento, che lacerano come macchie scure il paesaggio piovoso del Connemara sono lì, a rammentarci che di torba si viveva, quasi unica e preziosissima risorsa in una terra non facile, che non ha mai concesso troppi favori.


    Privazioni e torti subiti, già dall’epoca di Enrico VIII. Perché è proprio al 16° secolo che dobbiamo ricondurre le ragioni, storiche ed economiche, di quello strappo, mai completamente ricucito, tra Irlandesi ed Inglesi. Il sovrano Tudor, ebbro dello strapotere autoconferitosi proclamandosi “Capo Supremo della Chiesa Anglicana”, volle carpire anche i monasteri cattolici e le loro ricchezze, che andarono ad aumentare le proprie. Tre secoli dopo, un’altra tragedia. Una ferita profondissima che non ha eguali nella storia dell’isola di smeraldo. La carestia, la “Great Famine” colpisce indistintamente ogni classe sociale, per il totale fallimento dei raccolti di patate, infestate da parassiti. Dopo tre anni consecutivi di raccolti guastati da spore fungine, in Irlanda si muore, letteralmente, di fame. In Inghilterra, oltre il lembo di mare, si assiste, indifferenti, ma il governo non interviene.
    
    Connemara Heritage Centre
    
    C’è un luogo, nel Connemara, in quella terra selvaggia e fiera del Gaeltacht, dove la quasi totalità dei segnali stradali è in Gaelico, che testimonia questa pagina dolorosa. Il Connemara Heritage Centre è la ricostruzione di una fattoria del 19° secolo, con annessa la casupola del fattore, compresi gli arredi, assai poveri, dell’epoca. Una stanzetta misera dove si respira povertà ed odore di muffa.


    Gli interni della casa di Dan O'Hara
    La casa di Dan O’Hara, quel contadino che, come molti altri, per sfuggire allo spettro della fame e della morte (non dimentichiamo che la carestia decimò oltre un milione di persone) decise, suo malgrado, di lasciare la sua amata Irlanda, alla volta del Nuovo Mondo. Nuovo Mondo che, per la maggior parte degli emigrati irlandesi, non rappresentò mai un Eldorado, una terra promessa. La fatica della traversata, vissuta in condizioni sanitarie disumane, si sommava all’umiliazione del passaggio obbligato ad Ellis Island, con le conseguenti visite ed ispezioni. Una sorta di limbo, una lunga attesa prima di essere ammessi, a tutti gli effetti, negli Stati Uniti. Ma, una volta superato l’ennesimo ostacolo, i contadini del Connemara, tra cui Dan, si trovarono catapultati in una realtà aliena ed incomprensibile. Per chi, come lui, non parlava neppure inglese, ma solo gaelico, si eresse un muro irto di difficoltà. Le strofe della canzone a lui dedicata sono languide e struggenti:

    “Sure it' poor I am today,

    For God gave and took away,

    And left without a home poor Dan O'Hara

    With these matches in my hand,

    In the frost and snow I stand
    So it's here I am today your brokenhearted"


    Ed è anche Alan Parker, in quel meraviglioso affresco cinematografico delle miserie d’Irlanda che è “Le ceneri di Angela” a rammentarci, per bocca del narratore, il giovaneFrank Mc Court, che molte famiglie dovevano risalutare Miss Liberty, quel simbolo osannato di riscatto sociale e libertà appena intravisto nel porto di New York, per tornare a capo chino, più poveri di prima, nella madrepatria. I fortunati, se così si possono definire. Per molti, come per Dan O’Hara, la morte in terra straniera, la solitudine, l’umiliazione.


    Il nome di questo gioiello, in oro o argento, deriva da un villaggio di pescatori sulla baia di Galway. In origine, infatti, era tipico esclusivamente del Connemara.


    Per moltissime persone che hanno dovuto lasciare l’Irlanda durante la carestia del XIX secolo il Claddagh Ring è diventato l’unico legame duraturo con la propria patria e l’unica eredità familiare. È proprio nel periodo della carestia che l’anello cominciò a diventare popolare fuori dal Connemara, grazie all’esodo dall’ovest. In questo periodo divenne un prezioso ricordo delle origini della famiglia, un simbolo del legame con il passato, passando da madre in figlia primogenita per secoli.

    Vi sono moltissime leggende nate attorno al Claddagh Ring.

    Una tra le tante, poco attendibile ma pur sempre popolare e nota, parla di un re innamorato di una giovane contadina, ma da lei non corrisposto. Il povero re non riuscì a sopportare il dolore e si uccise, chiedendo che sulla sua lapide fossero rappresentate due mani intorno a un cuore incoronato come simbolo del suo eterno amore per la contadina.

    Come si indossa un Claddagh Ring


    In Irlanda lo scopo per cui questo anello viene scelto è manifestato dal modo in cui l’anello viene indossato. Infatti, il Claddagh Ring può simboleggiare sentimenti diversi:

    • Indossato all'anulare della mano sinistra con la corona rivolta verso le dita, indica che il nostro cuore è impegnato (fudanzamento o matrimonio)


    • Indossato alla mano destra con la corona rivolta verso le dita, indica che si è in cerca d'amore. (sullo sfondo: Lucio)


    • In segno d'amicizia, viene indossato alla mano destra con la corona verso il dorso della mano


    • rifiuto dell'Amore/Vedovanza: mano sinistra, con la corona verso il dorso della mano.

     





    Per informazioni sulla figura di William Wallace rimando al seguente link su Wikipedia:

    http://it.wikipedia.org/wiki/William_Wallace

    Per quanto riguarda Rob Roy:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Rob_Roy_(film)

    http://en.wikipedia.org/wiki/Robert_Roy_MacGregor (la biografia)


    La città sorge sul fiume Liffey, dal quale deriva il nome (“stagno nero” in lingua gaelica). Il fiume attraversa per intero la città e lo attraversano 11 ponti, tra i quali ricordiamo l’O’Connell Bridge. Affacciati sul fiume sono la dogana e il palazzo di giustizia, danneggiati durante le sommosse per l’indipendenza dal Regno Unito (1921/22). Le architetture più belle risalgono al ‘700, quali il Trinity College e la National Library.
    La musica incarna il vero spirito popolare dell’Irlanda: la tradizione popolare risale alle ballate dei bardi che suonavano il tipico strumento chiamato “bodram”, una specie di tamburo.
    Il primo insediamento della città risale ad epoca vichinga, mentre le architetture georgiane derivano dagli inglesi dominatori. I vecchi quartieri industriali della città oggi sono disseminati di graffiti. Molti ex-magazzini sono stati trasformati in sale d’incisione: oggi Dublino è la capitale europea della musica, come fu Londra negli anni ’60.


    Tra gli sport tipicamente irlandesi ricordiamo:
    • Hurling, lo sport nazionale irlandese. Si gioca con una mazza in legno ricurva che colpisce una pallina di cuoio. E' lo sport più veloce al mondo.
    • Golf
    • Corse di cavalli e levrieri
    Gli edifici maggiormente degni di nota sono:
    Il National Museum, dove si trovano gioielli celtici che testimoniano l’alto grado di cultura cui era giunta l’Irlanda nel Medioevo.
    • La National Gallery
    • La National Library con oltre 500.000 volumi
    • Martello Tower a sud di Dublino: abitata da Joyce, che vi ambientò il primo capitolo dell’Ulisse.
    • Cattedrale di Christ Church in stile romanico
    • Cattedrale di St Patrick’s in stile gotico
    Per lo shopping si può visitare la Powers Court Town House, enorme centro commerciale che riunisce ristoranti e negozi.
    Dublino è, inoltre, la capitale della Guinness e vanta ben 900 pub. L’industria della birra consuma enormi quantità di malto e orzo.
    Proprio nel mondo anglosassone sono nate le tradizioni dell'happy hour e del pub crawling (letteralmente "trascinarsi da un pub all'altro" per concedersi generose pinte di birra, rigorosamente scura)



    La capitale della Scozia è divisa in due parti: la New Town, caratterizzata da architetture georgiane, del XVIII secolo, con Princes Street, tradizionale via dello shopping, e la Old Town, dominata dal castello che sovrasta la città. Vero simbolo di Edimburgo, il castello contiene al suo interno gli appartamenti reali, il tesoro della corona con le insegne di Scozia (corona, spada, scettro), e la celebre Queen Mary’s room, dove nacque James VI, futuro re di Scozia ed Inghilterra. Il fantasma di Maria Stuarda, l’infelice regina, aleggia sul castello e sulla città: giovanissima sposa del Delfino di Francia, ritornò in patria alla morte del marito, e qui divenne vittima della rivolta dei sudditi ormai Protestanti, che vedevano in lei una pericolosa antagonista della cugina Elisabetta I Tudor d’Inghilterra, il cui trono fu accusata di voler usurpare. Dopo anni di prigionia all’interno della Tower of London, allora prigione, Mary fu giustiziata per ordine della cugina. Nel cortile antistante il castello si organizzano concerti, e in tutta Edimburgo il famoso festival del teatro affolla la città di turisti nel mese di agosto.
    Tra le tappe obbligate di Edimburgo, oltre al castello, percorrendo il Royal Mile, ricordiamo il palazzo reale di Holyrood House, residenza preferita dalla regina madre, il Museum of Scotland, il giardino botanico, seconda attrazione turistica dopo il Castello, Princes Street Gardens, uno dei luoghi più frequentati della città, la National Gallery of Scotland, con un’importante collezione di ritrattisti inglesi, fiamminghi e di impressionisti francesi. Ma Edimburgo è anche mare e porto: il Firth of Forth, a forma di fiordo, è la porta sul mare della città ed uno degli scali principali del Mare del Nord.
    Ad Edimburgo si trova inoltre il più famoso campo da golf al mondo, il St Andrew’s. Il golf, ormai considerato sport nazionale scozzese, nacque per caso in Scozia secoli fa quando, secondo la leggenda, un pastore calciò per caso un sasso e lo fece rotolare nella tana di un coniglio. Sulle colline della città si trovano anche piste artificiali da sci, e numerosi campi da cricket, sport tradizionalmente anglosassone.